La siccità nel Mediterraneo: le ultime proiezioni scientifiche

Il bacino del Mediterraneo si conferma uno dei punti caldi del cambiamento climatico. Un nuovo studio multicentro analizza le traiettorie di disponibilità idrica al 2050 e le implicazioni per l'agricoltura e gli ecosistemi italiani.

M Maria Costanza Torri 3 min di lettura
La siccità nel Mediterraneo: le ultime proiezioni scientifiche

Il Mediterraneo sotto stress idrico

Il bacino del Mediterraneo è classificato dall’IPCC come uno dei punti caldi (“hotspot”) del cambiamento climatico globale. In questa regione, il riscaldamento procede a un ritmo circa il 20% più veloce rispetto alla media mondiale, con conseguenze dirette sulla disponibilità di acqua dolce.

Un nuovo studio pubblicato su Nature Climate Change da un consorzio di diciassette istituti di ricerca europei — tra cui il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici di Bologna — tratteggia scenari allarmanti per i decenni a venire. Secondo le proiezioni più aggiornate, entro il 2050 molte regioni dell’Italia meridionale potrebbero vedere ridotta del 20-30% la disponibilità media di risorse idriche su base annua.

Cosa dicono i dati attuali

I segnali sono già visibili. Il 2024 è stato, per il terzo anno consecutivo, l’anno più caldo mai registrato in Italia dalla fine dell’Ottocento. Le precipitazioni nel semestre estivo al Sud sono diminuite del 18% rispetto alla media del trentennio 1990-2020. I grandi laghi del Nord Italia — Maggiore, Como, Garda — hanno registrato livelli tra i più bassi degli ultimi cento anni, con dirette conseguenze sulla produzione idroelettrica e sull’irrigazione agricola.

La Sicilia ha vissuto nell’estate 2024 la peggior siccità degli ultimi cinquant’anni. Interi comuni dell’entroterra hanno subito razionamenti idrici. Decine di migliaia di capi di bestiame sono stati abbattuti per mancanza di foraggio. Il danno economico stimato solo per il settore zootecnico è superiore a 400 milioni di euro.

I meccanismi fisici della siccità mediterranea

Per capire perché il Mediterraneo sia così vulnerabile, occorre comprendere i meccanismi fisici sottostanti. Il bacino mediterraneo è circondato da due principali sistemi di circolazione atmosferica: le alte pressioni subtropicali delle Azzorre a nord-ovest e l’anticiclone africano a sud. Con il riscaldamento globale, entrambi questi sistemi tendono a espandersi verso nord, bloccando le perturbazioni atlantiche che portano pioggia nel semestre invernale.

Al contempo, il Mar Mediterraneo si scalda più velocemente degli oceani aperti, aumentando l’evaporazione e alterando i cicli dell’umidità. Il risultato è una tendenza a piogge sempre più intense ma concentrate in eventi brevi e violenti — con maggior rischio di alluvioni — e periodi di siccità prolungata che si alternano sempre più frequentemente.

Le implicazioni per l’agricoltura italiana

L’agricoltura italiana consuma circa il 55% dell’acqua dolce prelevata ogni anno. È dunque il settore più esposto allo stress idrico. Le culture più vulnerabili sono il riso nella pianura padana (che richiede sommersione del terreno), il mais irriguo, e i frutteti del Sud Italia.

Secondo le proiezioni dello studio, senza adattamenti strutturali, le perdite di resa agricola nelle regioni meridionali potrebbero raggiungere il 15-25% entro il 2040. Alcune colture tradizionali, come il grano duro della Puglia e il pomodoro da industria della Basilicata, potrebbero diventare economicamente non sostenibili nelle aree più esposte.

Le soluzioni esistono: varietà più resistenti alla siccità, tecniche di irrigazione a goccia che riducono i consumi del 40-60% rispetto all’irrigazione a pioggia, sistemi di raccolta delle acque piovane, agricoltura di conservazione che aumenta la capacità del suolo di trattenere umidità. Ma l’adozione di queste tecnologie richiede investimenti pubblici e privati che stentano ad arrivare.

Cosa si può fare

La risposta al problema dell’acqua nel Mediterraneo richiede un approccio a più livelli. Sul piano della mitigazione, ogni decimo di grado risparmiato grazie alla riduzione delle emissioni di gas serra si traduce in scenari significativamente meno drammatici. Sul piano dell’adattamento, servono infrastrutture idriche più efficienti, politiche di gestione della domanda e una profonda trasformazione dei sistemi agricoli.

Non esistono soluzioni magiche. Ma l’alternativa — l’inerzia — ha un costo che l’economia italiana non può permettersi.