Un'informazione più attenta al clima non guasterebbe

L'Osservatorio di Pavia documenta un crollo della copertura mediatica sul clima: -26% nei quotidiani e -53% nei telegiornali tra il 2022 e il 2025. Nel frattempo, lo spazio pubblicitario dei combustibili fossili supera quello degli articoli sul clima.

Jacopo Mengarelli 4 min di lettura
Un'informazione più attenta al clima non guasterebbe

Da quando l’Osservatorio di Pavia ha iniziato le sue analisi sulla copertura mediatica del cambiamento climatico, la situazione è peggiorata: la presenza del tema nei principali quotidiani italiani è calata del 26% e nei telegiornali del 53% tra il 2022 e il 2025. Nel frattempo, lo spazio pubblicitario occupato dalle aziende di combustibili fossili supera quello dedicato agli articoli sul clima, e gli esperti scientifici rappresentano solo il 7% delle fonti nei dibattiti sul tema, contro il 38% di economisti e analisti finanziari.

L’analisi dell’Osservatorio di Pavia

La ricerca è stata commissionata da Greenpeace all’Osservatorio di Pavia e ha esaminato cinque grandi quotidiani nazionali — Avvenire, Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, Repubblica e La Stampa — e sette telegiornali del prime time: TG1, TG2, TG3, TG4, TG5, Studio Aperto e TG La7. Tra i quotidiani, Il Sole 24 Ore ha ottenuto il punteggio più alto nella copertura del clima, Repubblica il più basso. Tra i telegiornali, TG5 ha guidato la classifica mentre TG La7 ha chiuso ultima.

La copertura tende a concentrarsi negli episodi di emergenza: le ondate di calore rappresentano il picco massimo nei telegiornali, con il 18,8% della copertura climatica. Dopo il 2023, l’attenzione dei media è calata in modo significativo, nonostante i dati scientifici sul peggioramento della crisi climatica abbiano continuato a intensificarsi.

Il problema del contesto scientifico

Uno dei limiti più evidenti emersi dall’analisi riguarda la scarsità di informazioni contestuali. Solo il 5,5-6% degli articoli che trattano di clima cita la CO₂ come causa principale del riscaldamento. Il ruolo dei combustibili fossili viene discusso in appena il 3% degli articoli sui quotidiani e nel 2% dei servizi televisivi. Ancora più rilevante: il 77,2% degli articoli che parlano di transizione ecologica non la inquadrano come risposta alla crisi climatica, privando il pubblico di un nesso causale fondamentale.

Sul fronte delle fonti, la sproporzione è netta: gli scienziati rappresentano solo il 7% degli esperti interpellati, mentre economisti e analisti finanziari coprono il 38% delle citazioni. Una distribuzione che riflette la tendenza a trattare il clima come questione economica più che scientifica.

La pubblicità dei combustibili fossili

Tra il 2022 e il 2025, la pubblicità delle industrie inquinanti sui principali media italiani è più che raddoppiata: +104% nel periodo considerato, con una crescita del 24% solo nell’ultimo anno. La spesa pubblicitaria delle aziende di combustibili fossili supera oggi lo spazio editoriale dedicato agli articoli sulla crisi climatica.

Tra le aziende coinvolte, l’indagine segnala Eni, ITA Airways e Stellantis come casi emblematici di greenwashing, con campagne che hanno sfruttato eventi ad alta visibilità come le Olimpiadi invernali e il Festival di Sanremo per riposizionare la propria immagine ambientale. Queste aziende impiegano un linguaggio strategico — “energia pulita”, “green energy” — che è incompatibile con le pratiche effettive.

Gli ostacoli al giornalismo climatico di qualità

L’articolo identifica due barriere strutturali che limitano la qualità dell’informazione sul clima. La prima è legale: i giornalisti che attribuiscono responsabilità dirette nella crisi climatica rischiano querele per diffamazione, e il timore di conseguenze giuridiche crea una pressione psicologica che porta all’autocensura.

La seconda è formativa: pochi giornalisti ricevono una preparazione adeguata sulla comunicazione scientifica, rendendo difficile affrontare in modo rigoroso un tema complesso come quello climatico. Per colmare questo gap, il Climate Media Center Italia ha pubblicato una guida dal titolo “Crisi climatica e come comunicarla”, rivolta ai professionisti dell’informazione.

Il contesto internazionale

Il problema non è limitato all’Italia. Negli Stati Uniti, le grandi compagnie di combustibili fossili hanno investito 445 milioni di dollari in attività di lobbying e 96 milioni nel sostegno alla campagna di rielezione di Donald Trump, dimostrando la portata dell’influenza industriale sui sistemi dell’informazione. Un quadro che suggerisce come il declino della copertura climatica nei media non sia un fenomeno casuale, ma il risultato di pressioni economiche e politiche strutturate.

La conclusione dell’analisi è che investire in un giornalismo climatico rigoroso e indipendente non è solo una questione di qualità editoriale, ma una necessità per la salute democratica dei sistemi mediatici.

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