Dieci anni dall'Accordo di Parigi, si può fare di più

A dieci anni dall'Accordo di Parigi, i progressi sono stati sostanziali ma insufficienti. Un'analisi quantitativa dei gap nelle politiche climatiche internazionali: finanziamenti, sussidi ai combustibili fossili e distanza tra impegni e azioni concrete.

Giorgio Vacchiano & Raimondo Orsini & Paolo Vineis 5 min di lettura
Dieci anni dall'Accordo di Parigi, si può fare di più

A dieci anni dall’Accordo di Parigi, i progressi compiuti sono stati sostanziali ma rimangono insufficienti: mentre i Paesi hanno assunto impegni di Net Zero e l’UE ha lanciato il pacchetto “Fit for 55”, le politiche attuali non raggiungono gli obiettivi climatici stabiliti. Giorgio Vacchiano, Raimondo Orsini e Paolo Vineis analizzano i principali gap — finanziamenti climatici inadeguati, sussidi persistenti ai combustibili fossili, deficit di implementazione — e propongono cinque strategie chiave, sottolineando che è la volontà politica, e non la fattibilità tecnologica o economica, il principale ostacolo al raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo.

Le emissioni per settore

Secondo i dati IPCC, prima della crisi energetica seguita all’invasione dell’Ucraina nel 2022, le emissioni globali di gas serra si distribuivano così: produzione energetica al 34% (circa 20 gigatonnellate di CO₂ equivalente all’anno), industria al 23% (14 Gt), agricoltura, silvicoltura e uso del suolo al 22% (13 Gt), trasporti al 15% (8,7 Gt) e edifici al 6% (3 Gt). La sfida della decarbonizzazione coinvolge tutti questi settori in modo simultaneo.

Il divario tra obiettivi e realtà

Nonostante gli impegni assunti con i contributi nazionali determinati (NDC), la traiettoria attuale non è compatibile con il mantenimento di una probabilità del 66% di restare al di sotto dei 2°C di riscaldamento a fine secolo — il minimo stabilito dall’Accordo di Parigi. I sussidi ai combustibili fossili hanno raggiunto il record storico di 7 trilioni di dollari nel 2022. La produzione di rifiuti plastici è destinata a triplicare entro il 2060, con solo il 17% riciclato. L’analisi dell’Università di Bath su 35 grandi Paesi emettitori ha documentato come l’ambizione nelle politiche climatiche sia aumentata dopo Parigi, ma gli indicatori di performance abbiano faticato a tenere il passo.

Il divario nei finanziamenti climatici

I Paesi sviluppati si erano impegnati a mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per sostenere i Paesi in via di sviluppo. Secondo l’OCSE, questa soglia è stata formalmente superata nel 2022 (115,9 miliardi), ma analisi indipendenti segnalano che buona parte di queste risorse consiste in un rebranding di aiuti già esistenti e in prestiti non agevolati, riducendo l’impatto reale. Alla COP27 è stato istituito un fondo per le perdite e i danni. Alla COP29 è stato definito il Nuovo Obiettivo Collettivo Quantificato (NCQG): 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035, espandibile fino a 1.300 miliardi con i contributi privati. Molti Paesi a basso e medio reddito continuano a ritenere queste cifre insufficienti rispetto ai bisogni e alla responsabilità storica dei grandi emettitori.

L’economia dell’azione climatica

La letteratura economica è chiara: i costi dell’inazione superano largamente quelli della mitigazione. La Global Commission on Economy and Climate stima che la transizione a basse emissioni potrebbe generare 26 trilioni di dollari di benefici economici e 65 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030. Decarbonizzare i settori più difficili da trasformare costerebbe circa lo 0,5% del PIL globale entro il 2050. Al contrario, i costi dell’inazione potrebbero raggiungere il 10-20% del PIL globale entro la stessa data. Un’analisi congiunta del Boston Consulting Group e dell’Università di Cambridge indica che uno scenario a +3°C potrebbe ridurre il PIL cumulativo del 15-34%, contro un investimento di appena l'1-2% del PIL per mitigazione e adattamento.

I benefici per la salute

Un elemento spesso sottovalutato nella valutazione dell’Accordo di Parigi è l’impatto sanitario delle politiche climatiche. L’ondata di calore del 2003 in Europa ha causato oltre 70.000 morti in eccesso; quella del 2022 ne ha provocate più di 63.000. Un’analisi di 854 città europee stima che, senza nuove misure di adattamento, i decessi attribuibili al clima potrebbero superare 2,3 milioni entro il 2099.

La Lancet Pathfinder Commission ha analizzato 196 azioni di mitigazione e ha quantificato i co-benefici per la salute: nel settore agricoltura, silvicoltura e uso del suolo si contano 103 esiti positivi; nei trasporti 43. Per ogni 100.000 abitanti, la riduzione dell’inquinamento atmosferico genera 2.482 anni di vita aggiuntivi all’anno, e le modifiche dietetiche 2.163. Valori che superano quelli associati all’attività fisica regolare (164 anni) e alla prevenzione degli infortuni sul lavoro (724 anni).

Un precedente giuridico internazionale

Nel luglio 2025, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo di portata storica: l’inazione climatica può costituire un atto illecito sul piano internazionale, esponendo gli Stati a obblighi di riparazione e protezione delle popolazioni vulnerabili. Pur non essendo vincolante, questo pronunciamento rafforza la convergenza tra scienza, diritto e politica.

Cinque strategie per colmare il gap

Gli autori individuano cinque aree prioritarie di intervento: stabilire gerarchie chiare tra le azioni di mitigazione più efficaci; identificare i gap tecnologici più urgenti da colmare; costruire mappe politiche con responsabilità verificabili; valutare in modo trasparente costi e benefici con impegni di finanziamento concreti; integrare sistematicamente la valutazione dei co-benefici sociali e sanitari. Il messaggio centrale è che gli strumenti esistono già: ciò che manca è la volontà politica di utilizzarli. Come ha dichiarato il Segretario Generale dell’ONU António Guterres, «la sola cosa che ci serve per invertire le tendenze attuali è la volontà politica di usare gli strumenti che già abbiamo».