Il costo dell'inazione climatica: quando non fare nulla costa di più

I modelli economici che quantificano i danni del cambiamento climatico mostrano che il costo dell'inazione supera ampiamente quello della transizione energetica. Eppure il dibattito pubblico continua a trattare le politiche climatiche come un lusso.

V Vincenzo Ferrara 3 min di lettura
Il costo dell'inazione climatica: quando non fare nulla costa di più

Un calcolo che molti preferiscono non fare

Nel dibattito sulle politiche climatiche, l’obiezione economica più comune è: “non possiamo permetterci la transizione energetica”. Raramente chi la solleva si chiede quale sia il costo alternativo: quello di non fare nulla, o di fare troppo poco.

L’economia del clima si occupa proprio di questo calcolo. E i risultati, per quanto siano stime con ampi margini di incertezza, convergono su una conclusione difficile da ignorare: i danni del cambiamento climatico incontrollato sono superiori, spesso di molto, ai costi della riduzione delle emissioni.

I modelli economici del clima

I modelli di valutazione integrata (IAM, Integrated Assessment Models) cercano di quantificare i danni economici associati a diversi scenari di riscaldamento. Tra i più citati, il DICE (Dynamic Integrated Climate-Economy) di William Nordhaus — che è valso all’economista americano il Nobel nel 2018 — e il PAGE (Policy Analysis of the Greenhouse Effect).

Questi modelli prendono in considerazione perdite agricole, danni alle infrastrutture costiere, aumento della mortalità per ondate di caldo, calo della produttività dei lavoratori esposti al calore, migrazioni climatiche forzate, costi sanitari, perdita di biodiversità e servizi ecosistemici.

Un’analisi del 2024 pubblicata su Nature da un team del Potsdam Institute for Climate Impact Research ha stimato che i danni economici globali del cambiamento climatico per ogni grado aggiuntivo di riscaldamento ammontano al 12% del PIL mondiale — una cifra che supera di sei volte i costi della transizione energetica.

Il settore assicurativo suona l’allarme

Un indicatore particolarmente significativo viene dal settore assicurativo. Le grandi compagnie di riassicurazione — Munich Re, Swiss Re, Lloyd’s — sono tra gli attori più attenti al rischio climatico, perché pagano i sinistri.

Il rapporto annuale di Munich Re sulle catastrofi naturali del 2024 documenta perdite economiche totali legate a eventi estremi per 320 miliardi di dollari a livello globale. Solo il 38% era assicurato. Il resto — 200 miliardi — ha pesato direttamente su famiglie, imprese e stati.

La tendenza è inequivocabile: i danni da eventi estremi (inondazioni, siccità, incendi, uragani) sono in aumento sia in frequenza che in intensità, e la correlazione con il riscaldamento globale è ormai ben documentata dalla scienza dell’attribuzione climatica.

Il caso italiano

Per l’Italia, le stime sui danni climatici attesi sono particolarmente preoccupanti. Il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici ha calcolato che, in uno scenario di riscaldamento di 2°C, l’Italia perderebbe tra il 3 e il 5% del PIL annuo entro il 2050, principalmente per effetto di siccità, ondate di calore, danni costieri e perdite agricole.

Le aree più vulnerabili sono il Mezzogiorno — già economicamente svantaggiato — e le zone costiere basse (Venezia, il delta del Po, molte città costiere adriatiche e tirreniche). Si tratta di territori dove vivono milioni di persone e si concentra un patrimonio culturale e produttivo di inestimabile valore.

La transizione energetica come investimento

Il modo corretto di inquadrare la questione non è “quanto costa la transizione?” ma “qual è il ritorno sull’investimento della transizione?”. Se spendendo oggi 1 euro in energie rinnovabili, efficienza energetica e riforestazione si evitano 6-12 euro di danni futuri, la scelta è economicamente ovvia — anche prescindendo da qualunque considerazione etica o ambientale.

L’ostacolo non è economico. È politico: i costi della transizione sono visibili, concentrati e immediati (sussidi alle rinnovabili, costo dell’adeguamento industriale, impatto sulle bollette nel breve periodo). I benefici sono diffusi, futuri, e non si manifestano come voci positive in bilancio ma come catastrofi evitate — che per definizione non si vedono.

Rendere visibili i costi dell’inazione è uno dei compiti più importanti della comunicazione scientifica ed economica sul clima.

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