Sopravvivere alla crisi ambientale è un problema politico
Nonostante decenni di conferenze internazionali e rapporti scientifici, le emissioni globali continuano a crescere. Non è un problema di mancanza di soluzioni: richiede una trasformazione radicale dei rapporti di potere, delle disuguaglianze globali e delle istituzioni di governo mondiale.
Nonostante decenni di conferenze internazionali e rapporti scientifici, le emissioni globali continuano a crescere. Luca Savarino e Paolo Vineis argomentano che questo non è dovuto alla mancanza di soluzioni tecniche, ma perché la loro implementazione richiede «una trasformazione radicale dei rapporti di potere, delle disuguaglianze globali e delle istituzioni di governo mondiale». Il loro libro esamina perché la politica fatica ad affrontare le crisi ambientali e propone che la sopravvivenza richieda un ripensamento dell’etica e della governance globale.
La visione di breve periodo della politica
I politici operano entro orizzonti temporali ristretti, dando priorità agli interessi immediati e al consenso elettorale. La crisi ambientale ha giocato un ruolo marginale nelle recenti elezioni italiane, con schieramenti che si sono presentati su piattaforme sostanzialmente simili. Gli autori sostengono che le soluzioni tecniche — dalla cattura del carbonio all’energia nucleare fino alla geoingegneria — risultano insufficienti senza una trasformazione etica e politica che le accompagni.
Alcuni governi sfruttano opportunisticamente le situazioni di crisi. L’articolo cita l’interesse di Trump per l’acquisizione della Groenlandia in seguito alla fusione dei ghiacci, per accedere a minerali rari e risorse strategiche. In modo analogo, la Russia considera il riscaldamento artico come un vantaggio economico, grazie all’apertura di nuove rotte navali e all’accesso a risorse prima inaccessibili.
Il declino dell’ordine liberale internazionale
L’ordine internazionale liberale costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, fondato sull’equilibrio tra economia di mercato e principi democratici, è in crisi. Le istituzioni internazionali perdono efficacia mentre il neo-liberalismo frammenta le società e intensifica le disuguaglianze. Il disimpegno americano dalle agenzie ONU che si occupano di ambiente e salute globale rappresenta un esempio emblematico di come l’esercizio unilaterale del potere acceleri la crisi ecologica.
Quattro argomenti fondamentali
Il libro di Savarino e Vineis articola la propria analisi intorno a quattro tesi principali. La prima è che la crisi ambientale esiste come fatto scientifico misurabile: le concentrazioni di gas serra, le ricostruzioni delle temperature e i dati sulla biodiversità sono fatti riproducibili, non opinioni. La seconda è che si tratta di un fenomeno complesso: le Nazioni Unite identificano una «triplice crisi planetaria» che colpisce simultaneamente il clima, la biodiversità e l’inquinamento chimico, richiedendo una prospettiva «distale» capace di cogliere cause remote ed effetti di lungo periodo. La terza è che l’origine è antropica: la crisi è il risultato di due secoli di modello economico e sociale occidentale, che ha reso l’umanità una forza geologica. Gli scienziati chiamano questa epoca Antropocene. La quarta riguarda la distribuzione ineguale dei rischi: una minoranza contribuisce in modo sproporzionato alle emissioni, mentre le popolazioni più povere subiscono i danni maggiori in termini di salute, economia e coesione sociale.
Crisi ambientale e salute
Gli effetti del cambiamento climatico e dell’inquinamento sulle malattie respiratorie e cardiovascolari sono ben documentati. Gli autori propongono la categoria epidemiologica di «sindemia» e quella di «patocenosi» per analizzare le malattie all’interno dei loro contesti sociali, economici e ambientali. Le migrazioni climatiche rappresentano un caso esemplare: l’aumento delle temperature e gli eventi meteorologici estremi distruggono i raccolti, aggravano la scarsità d’acqua e costringono popolazioni intere a spostarsi, esponendole durante i tragitti a malnutrizione e malattie infettive, e poi a condizioni di vita precarie nei luoghi di arrivo.
Gli autori rifiutano esplicitamente la narrativa del «siamo tutti sulla stessa barca»: i rischi a breve e medio termine si distribuiscono in modo profondamente diseguale tra nazioni, gruppi sociali e regioni geografiche.
Ripensare la responsabilità
I concetti tradizionali di responsabilità presuppongono individui consapevoli con effetti misurabili e circoscritti nel tempo. La crisi ambientale è invece il risultato di processi collettivi di lungo periodo, in cui le pratiche quotidiane di miliardi di persone generano danni strutturali. Gli autori ricorrono al concetto di «crimini di sistema» di Luigi Ferrajoli e al modello della «tragedia dei beni comuni» di Garrett Hardin per mostrare come l’emergenza ambientale sfugga agli schemi classici di attribuzione morale e giuridica. Fare appello alla responsabilità individuale — pur moralmente comprensibile — rischia di caricare i cittadini senza intaccare le strutture economiche e politiche che generano il problema.
Costruire una classe ecologica
Per uscire dall’impasse, gli autori non enfatizzano i segni della catastrofe imminente — che rischia di produrre paralisi — ma propongono di costruire nuovi soggetti collettivi capaci di esercitare pressione politica. Riprendono la nozione di «classe ecologica» elaborata da Bruno Latour e Nikolaj Schultz: politicizzare la questione ambientale significa smettere di trattarla come una preoccupazione «universale» che non tocca nessuno in particolare. Solo quando i soggetti vulnerabili ai danni ambientali si riconoscono come membri di una classe ecologica globale — e non come vittime isolate — i politici potranno adottare le soluzioni necessarie.
Le condizioni minime per sopravvivere
Il capitolo conclusivo del libro identifica alcune condizioni essenziali: un quadro scientifico condiviso, politiche educative efficaci, istituzioni adeguatamente scalate, strumenti per ridurre le disuguaglianze, una combinazione di azione individuale dal basso e decisioni vincolanti dall’alto, e nuove alleanze tra scienze naturali, sociali e umane. L’approccio evita sia l’ottimismo tecnocratico sia il catastrofismo rassegnato, riconoscendo che sopravvivere alla crisi ambientale richiede di gestire conflitti, responsabilità e cooperazione in modo radicalmente diverso da quanto la politica contemporanea sia stata finora capace di fare.