Fuga di cervelli e precariato: il sistema della ricerca italiana al bivio

L'Italia investe meno della media europea in ricerca e sviluppo, i contratti dei ricercatori restano tra i più precari d'Europa, e il flusso di talenti verso l'estero continua. Il PNRR ha cambiato qualcosa?

S Simona Cerrato 4 min di lettura
Fuga di cervelli e precariato: il sistema della ricerca italiana al bivio

Un sistema sotto pressione

L’Italia spende in ricerca e sviluppo l'1,33% del PIL — contro una media europea del 2,27% e un obiettivo UE del 3%. Un divario strutturale che si traduce in posizioni permanenti insufficienti, attrezzature obsolete, burocrazia soffocante e, alla fine, nella scelta di migliaia di ricercatori italiani di costruire la propria carriera altrove.

I numeri sono impietosi. Secondo i dati Eurostat aggiornati al 2024, l’Italia perde ogni anno circa 8.000 laureati verso altri paesi europei. Tra questi, una quota sproporzionata sono ricercatori con dottorato di ricerca o post-dottorato in ambito STEM. Le destinazioni preferite sono Germania, Regno Unito (nonostante Brexit), Svizzera, Paesi Bassi.

Il paradosso del post-doc

Il percorso accademico italiano è stato ridisegnato da diverse riforme negli ultimi vent’anni, senza risolvere il nodo centrale: l’eccesso di posizioni temporanee nella fase post-dottorale.

Un ricercatore che completa il dottorato a 28 anni può passare i successivi dieci anni in una sequenza di assegni di ricerca, borse post-doc, contratti a tempo determinato di tipo A e B (introdotti dalla legge Gelmini nel 2010), prima di raggiungere — se tutto va bene — una posizione da professore associato. In questo periodo, la stabilità economica è limitata, la possibilità di fare progetti a lungo termine è ridotta, e costruire una famiglia è oggettivamente difficile.

Il confronto con i colleghi americani o tedeschi è sconfortante: un Juniorprofessur in Germania garantisce sei anni di stabilità con possibilità di tenure; un assistant professor negli Stati Uniti ha un percorso chiaro verso la tenure track con contratti pluriennali.

Il PNRR: soluzione o palliativo?

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha destinato all’università e alla ricerca circa 11 miliardi di euro — una cifra significativa, anche se distribuita su più anni e su molte voci. Una parte rilevante ha finanziato nuove posizioni: i cosiddetti ricercatori PNRR, assunti a tempo determinato per quattro anni con l’obiettivo di rafforzare la capacità di ricerca degli atenei.

Il problema è strutturale: i fondi PNRR sono per definizione temporanei. Quando i contratti scadranno — tra il 2025 e il 2026 per i primi assunti — gli atenei italiani, con i loro organici già ridotti dai blocchi del turnover, non avranno le risorse ordinarie per stabilizzare la maggior parte di questi ricercatori. Il rischio concreto è una nuova ondata di precarizzazione, con migliaia di ricercatori qualificati che si trovano nuovamente senza prospettive.

Cosa chiedono i ricercatori

Le organizzazioni che rappresentano i ricercatori italiani — da ADI (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani) ad Ago Network — chiedono interventi strutturali: un aumento significativo e stabile del Fondo di Finanziamento Ordinario alle università, l’abolizione del precariato post-dottorale attraverso l’introduzione di posizioni junior stabili sul modello europeo, e una riforma del sistema di reclutamento che riduca il peso dei concorsi nazionali e aumenti la concorrenza internazionale aperta.

Un segnale di speranza: i rientri

Non tutto è negativo. Programmi come il “Rientro dei Cervelli” — con agevolazioni fiscali per i ricercatori che tornano in Italia dopo un periodo all’estero — e le posizioni finanziate da programmi europei come l’ERC hanno dimostrato che l’Italia può attrarre e trattenere talenti, quando le condizioni sono competitive.

Diversi ricercatori di valore internazionale hanno scelto di tornare in Italia negli ultimi anni, attratti da gruppi di ricerca di eccellenza, dalla qualità della vita, e da posizioni senior competitive. Il problema è che questi rientri restano episodici, insufficienti a compensare il flusso continuo in uscita.

La soluzione non è breve né semplice. Ma comincia con una scelta politica chiara: decidere che la ricerca non è una spesa, ma un investimento. E che investire sui ricercatori italiani — oggi, con contratti degni e prospettive di carriera credibili — è nell’interesse del paese.

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