A Palazzo della Penna di Perugia, la mostra «Humans of Research» trasforma la comunicazione scientifica in esperienza: dodici storie e volti restituiscono la ricerca come processo umano, fatto di relazioni, tempo e domande. Piuttosto che presentare risultati isolati, il progetto si concentra sulla dimensione umana della ricerca, rallentando il consumo visivo e creando spazio per un incontro autentico con la scienza come processo collaborativo e situato.
Un’altra comunicazione scientifica è possibile
La comunicazione scientifica contemporanea tende a privilegiare i risultati, spesso strappati dal contesto che li ha resi possibili: restano i dati, le scoperte, le cifre, ma scompare il percorso. «Humans of Research» sceglie la direzione opposta. La mostra, aperta fino al 19 aprile 2026 a Palazzo della Penna, non presenta scoperte da ammirare ma ricercatori da incontrare — dodici, fotografati da Marco Giugliarelli, con le loro storie, le loro domande, le loro incertezze.
Il progetto è prodotto da Psiquadro, impresa sociale specializzata in comunicazione scientifica, e si inserisce in una riflessione più ampia su quali formati siano in grado di costruire una relazione autentica tra scienza e pubblico, lontana dalla semplice trasmissione di nozioni.
I dodici ricercatori in mostra
Le storie raccolte coprono un ampio spettro di discipline e istituzioni. Emidio Albertini lavora sulla genetica agricola all’Università di Perugia; Boris Behncke studia la vulcanologia all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania; Dario Boemia si occupa di immagine e giornalismo tra l’Università IULM e il Boston College Italy; Martina Capriotti esplora gli ecosistemi marini all’Università di Camerino.
Jummi Laishram lavora sulla nanotecnologia all’Area Science Park di Trieste; Rossana Pasquino unisce ingegneria chimica e sport all’Università di Napoli Federico II; Giorgio Patelli studia la medicina di precisione tra IFOM e l’Università di Milano; Cecilia Emma Sottilotta analizza le relazioni internazionali all’Università per Stranieri di Perugia. Le altre quattro storie completano un panorama che va dalla medicina rigenerativa alla storia medievale, dalla fisica alla sociologia.
La scienza come processo situato
Il punto di forza della mostra è l’approccio epistemologico che la orienta: la conoscenza non nasce in isolamento. I ricercatori non sono individualità eroiche che producono verità in solitudine, ma persone inserite in reti di relazioni, istituzioni, collaborazioni e contesti culturali. Questa prospettiva — mutuata dalla sociologia della scienza — è al centro della scelta curatoriale di restituire non solo il «cosa» ma il «come» e il «chi» della ricerca.
Il formato scelto — ritratti fotografici accompagnati da testi narrativi — richiede una fruizione lenta, opposta al consumo rapido di immagini e notizie che caratterizza la comunicazione digitale contemporanea. Come ricorda Walter Benjamin, l’«esperienza» si costruisce attraverso l’interazione prolungata, non la ricezione immediata. La mostra prova a creare esattamente questo spazio.
Il progetto solleva una domanda rilevante per l’intero campo della comunicazione scientifica: quale tipo di incontro vogliamo costruire tra la scienza e chi non la pratica professionalmente? La risposta prevalente punta su efficienza e accessibilità — infografiche, video brevi, divulgazione sintetica. «Humans of Research» risponde invece puntando sulla profondità, sull’incontro con l’altro, sul rallentamento.
Non si tratta di una proposta nostalgica o elitaria: è una scommessa sulla capacità del pubblico di reggere la complessità, se questa viene offerta attraverso narrazioni che la rendono accessibile senza impoverirla. Mostrare la ricerca come processo umano — fatto di dubbi, relazioni e tempo — può essere un modo per avvicinarla a chi la vive da lontano, senza ridurla a un elenco di risposte già trovate.