Longevi grazie al microbiota: cosa ci insegna la scienza dell'intestino
Nuovi studi sui centenari italiani e giapponesi rivelano associazioni sorprendenti tra la composizione del microbiota intestinale e l'invecchiamento in buona salute. Cosa sappiamo davvero e cosa è ancora speculazione.

Il microbiota, questo (semi)sconosciuto
Dentro di noi vivono circa 38 miliardi di microrganismi — batteri, funghi, virus, archea — concentrati principalmente nel tratto intestinale. Insieme, formano il microbiota intestinale: un ecosistema di una complessità straordinaria, diverso da persona a persona come un’impronta digitale, e capace di influenzare processi biologici che vanno ben oltre la digestione.
Negli ultimi quindici anni, la ricerca sul microbiota ha letteralmente rivoluzionato la medicina. Dalla sua composizione dipendono, in misure che ancora non comprendiamo pienamente, l’efficienza del sistema immunitario, il rischio di malattie metaboliche, l’infiammazione cronica, e persino — attraverso l’asse intestino-cervello — l’umore e le funzioni cognitive.
I centenari come laboratorio naturale
Uno studio pubblicato su Cell nel dicembre 2025, condotto da ricercatori dell’Università di Bologna e dell’IRCCS Sant’Orsola, ha analizzato il microbiota di 287 centenari italiani — la maggior parte concentrati in Sardegna, Calabria e alcune province della Campania — confrontandolo con quello di due gruppi di controllo: persone tra i 65 e i 75 anni e persone tra i 20 e i 30 anni.
I risultati sono stati sorprendenti. Il microbiota dei centenari non assomigliava a quello degli anziani “tipici” — caratterizzato da ridotta diversità batterica e prevalenza di specie pro-infiammatorie — ma presentava caratteristiche peculiari: alta diversità tassonomica, prevalenza di batteri produttori di acidi grassi a catena corta (come il butirrato), bassa presenza di patobionti.
La stessa struttura è stata riscontrata in uno studio parallelo su centenari okinawani, suggerendo che alcuni pattern di microbiota favorevole alla longevità potrebbero avere caratteristiche universali, al di là delle differenze dietetiche e culturali tra Italia e Giappone.
Causa o correlazione?
Come sempre in biologia, il passo da “associazione” a “causalità” è il più difficile. Vedere che i centenari hanno un certo tipo di microbiota non ci dice ancora se quel microbiota ha contribuito alla loro longevità, o se è invece una conseguenza di altri fattori — genetica, stili di vita, dieta — che agiscono sia sulla longevità che sul microbiota.
La professoressa Francesca Turroni, direttrice del laboratorio di Genomica del Microbiota all’Università di Parma, chiarisce: “Siamo in una fase entusiasmante della ricerca, ma dobbiamo essere onesti: le prove di causalità negli esseri umani sono ancora limitate. Abbiamo ottimi dati su modelli animali, studi epidemiologici promettenti, e ora questi lavori sui centenari. Ma dall’associazione alla terapia il percorso è lungo”.
Probiotici, prebiotici e la tentazione del fai-da-te
La ricerca sul microbiota ha generato un mercato multimiliardario di probiotici, prebiotici e “alimenti funzionali”. Le promesse che circolano sui social media vanno ben oltre le evidenze disponibili.
Cosa sappiamo con certezza? Che alcuni ceppi batterici specifici mostrano benefici documentati per alcune condizioni: certi Lactobacillus per le diarree associate ad antibiotici, specifici probiotici per la sindrome dell’intestino irritabile, il trapianto di microbiota fecale per le infezioni ricorrenti da Clostridioides difficile.
Cosa non sappiamo ancora? Se sia possibile “modificare” il proprio microbiota in modo significativo e duraturo con l’assunzione di probiotici commerciali (le evidenze attuali suggeriscono effetti transitori e modesti nella maggior parte dei casi), e se tale modifica produca benefici tangibili sulla salute a lungo termine nella popolazione generale.
Cosa possiamo fare adesso
La buona notizia è che le abitudini che sappiamo favorire un microbiota diversificato e sano coincidono in larga parte con quelli che sappiamo essere benefici per la salute in generale.
Una dieta ricca di fibra vegetale — legumi, cereali integrali, frutta e verdura diverse — è il nutrimento preferito dei batteri intestinali “buoni”. La riduzione degli alimenti ultra-processati, dei grassi saturi e degli zuccheri raffinati limita la proliferazione di specie indesiderate. L’esercizio fisico regolare ha effetti positivi documentati sulla diversità del microbiota. L’uso ragionato degli antibiotici — limitato ai casi in cui sono davvero necessari — protegge la biodiversità microbica da distruzioni che possono richiedere mesi per essere riparate.
Nessuna pillola miracolosa, nessun superalimento. Ma la scienza ci dice che prendersi cura del proprio intestino è uno degli investimenti più sensati che possiamo fare per invecchiare bene.