La fiducia nella scienza dopo la pandemia
Nel 2025, a oltre cinque anni dall’inizio della pandemia di COVID-19, gli italiani sembrano aver ritrovato un rapporto più solido con la comunità scientifica. Un’indagine condotta dall’Osservatorio Science in Society, in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche, ha coinvolto un campione rappresentativo di 3.200 persone distribuite su tutto il territorio nazionale.
Il dato principale è incoraggiante: il 67% degli intervistati dichiara di fidarsi “molto” o “abbastanza” degli scienziati come categoria professionale, con un aumento di sette punti percentuali rispetto alla rilevazione del 2022. Un segnale che suggerisce come le tensioni create dalla gestione comunicativa della pandemia si stiano lentamente attenuando.
Cosa ha eroso la fiducia e cosa l’ha ricostruita
Il calo di fiducia registrato tra il 2020 e il 2022 è stato analizzato da diversi ricercatori come il prodotto di una combinazione di fattori: l’evoluzione rapida delle raccomandazioni scientifiche (spesso inevitabile in una situazione di emergenza con dati incompleti), la sovraesposizione mediatica di voci dissonanti e la difficoltà di comunicare l’incertezza come elemento intrinseco della ricerca.
Secondo la dottoressa Chiara Palmerini, del Dipartimento di Scienze della Comunicazione dell’Università di Bologna, “la pandemia ha messo a nudo un problema strutturale nella comunicazione scientifica italiana: l’assenza di una cultura diffusa dell’incertezza scientifica come dato positivo, segno di onestà intellettuale e rigore metodologico”.
La ricostruzione della fiducia sembra essere passata attraverso canali inattesi: i social media, spesso accusati di favorire la disinformazione, si sono rivelati efficaci quando utilizzati da scienziati che comunicavano in prima persona, con tono diretto e senza filtri istituzionali.
Nonostante il trend positivo generale, il rapporto evidenzia profonde disuguaglianze. Tra i laureati, la fiducia nella scienza tocca l'83%; scende al 54% tra chi ha la sola licenza media. La spaccatura geografica rimane significativa, con il Mezzogiorno che segna undici punti in meno rispetto al Nord-Ovest.
Ancora più preoccupante è il dato generazionale: i giovani tra i 18 e i 29 anni mostrano una fiducia elevata ma selettiva, concentrata su specifici ricercatori che seguono sui canali digitali, piuttosto che sulla scienza come istituzione. Questo fenomeno — che alcuni ricercatori chiamano “fiducia parasociale” — può essere tanto una risorsa quanto un rischio: basta che il divulgatore preferito cambi posizione o perda credibilità per trascinare con sé anche la fiducia nel corpus scientifico che rappresentava.
Cosa fanno gli altri Paesi
Il confronto europeo è istruttivo. Secondo l’Eurobarometro 2024, l’Italia si posiziona al quindicesimo posto su ventisette paesi UE per fiducia nella scienza, in lieve miglioramento rispetto all’anno precedente. I paesi scandinavi guidano la classifica, con percentuali che superano l'80%. La differenza non è spiegabile solo con variabili culturali: si correla fortemente con gli investimenti pubblici in educazione scientifica, la presenza di musei e centri di divulgazione, e con politiche attive di science engagement nelle scuole.
Le politiche necessarie
Il rapporto si chiude con una serie di raccomandazioni che guardano alle politiche pubbliche. In primo luogo, l’introduzione di percorsi curricolari dedicati al pensiero critico e alla valutazione delle fonti già dalla scuola primaria. In secondo luogo, il sostegno a strutture di comunicazione scientifica professionale all’interno degli enti di ricerca, oggi spesso ridotte a pochi addetti stampa sovraccarichi di lavoro. Infine, l’istituzione di un fondo nazionale per la divulgazione scientifica indipendente, sul modello di quanto già esiste in Germania e nel Regno Unito.
La strada è ancora lunga, ma i segnali del 2025 indicano che il tessuto di fiducia tra scienza e società italiana non è irrimediabilmente lacerato. Ripristinarlo richiederà però un impegno sistematico, non affidato alla buona volontà dei singoli ricercatori.