Open Access: perché la ricerca finanziata dai cittadini dovrebbe essere libera

Ogni anno miliardi di euro pubblici finanziano la ricerca scientifica, ma i risultati finiscono spesso dietro muri a pagamento. Il dibattito sull'accesso aperto è più urgente che mai.

B Benedetta Vettori 3 min di lettura
Open Access: perché la ricerca finanziata dai cittadini dovrebbe essere libera

Il paradosso dell’accesso chiuso

Una scienziata di un ateneo pugliese vuole leggere un articolo pubblicato su una delle più prestigiose riviste di biologia molecolare. L’articolo descrive i risultati di uno studio finanziato in larga parte dal Consiglio Europeo della Ricerca — cioè da soldi dei contribuenti europei. Eppure, per accedere a quel testo, la ricercatrice deve pagare 35 dollari, oppure sperare che la sua università abbia sottoscritto un abbonamento da decine di migliaia di euro l’anno.

Questo è il paradosso al cuore del dibattito sull’Open Access: la conoscenza prodotta con denaro pubblico viene rinchiusa in archivi privati a scopo di lucro, mentre i ricercatori che l’hanno prodotta non ricevono un centesimo dai proventi delle vendite.

Come funziona il sistema attuale

Il modello tradizionale dell’editoria scientifica si è consolidato nel dopoguerra. Gli editori raccolgono i manoscritti degli scienziati (che non vengono pagati per scriverli), li sottopongono alla revisione paritaria da parte di altri scienziati (che non vengono pagati per valutarli), li pubblicano e poi li rivendono alle biblioteche universitarie — che spesso li comprano a caro prezzo, con fondi pubblici.

I margini di profitto di Elsevier, Springer e Wiley, i tre editori che controllano una quota spropositata del mercato accademico, si attestano intorno al 30-40%, paragonabili a quelli dell’industria farmaceutica. In un contesto in cui la conoscenza viene trattata come merce esclusiva.

Il movimento Open Access

Il movimento per l’accesso aperto ha una storia di oltre vent’anni. La Budapest Open Access Initiative del 2002 può essere considerata il suo atto fondativo: un manifesto firmato da centinaia di ricercatori di tutto il mondo che chiedeva la libera disponibilità in rete di tutta la letteratura scientifica.

Da allora, i progressi sono stati reali ma discontinui. Istituzioni come il CERN, il Wellcome Trust e la Bill & Melinda Gates Foundation hanno imposto ai ricercatori che finanziano l’obbligo di pubblicare in open access. La Commissione Europea ha fatto lo stesso con Horizon Europe. Molti atenei italiani hanno adottato politiche simili.

Esistono oggi due principali modelli di open access: il cosiddetto “gold open access”, in cui l’articolo è immediatamente disponibile a tutti sul sito dell’editore (ma spesso a fronte di un Article Processing Charge che può superare i 5.000 euro, pagato dall’autore o dall’istituzione); e il “green open access”, in cui i ricercatori depositano una copia del proprio lavoro in un archivio istituzionale o disciplinare.

Il caso italiano

L’Italia ha compiuto passi importanti, ma rimane indietro rispetto ad altri paesi europei. Il Piano Nazionale per la Scienza Aperta, approvato dal Ministero dell’Università e della Ricerca nel 2021, fissa obiettivi ambiziosi per il mandato di deposito negli archivi istituzionali. L’attuazione, però, procede a velocità diverse nei vari atenei.

Il problema principale, secondo molti esperti, non è tanto la volontà quanto la struttura degli incentivi accademici. Le carriere universitarie sono ancora largamente determinate dalle pubblicazioni su riviste prestigiose — che quasi sempre appartengono ai grandi editori commerciali. Finché questo sistema non cambierà, l’open access resterà un obiettivo difficile da raggiungere pienamente.

Una questione di democrazia della conoscenza

Al di là delle questioni tecniche di gestione editoriale, il dibattito sull’open access tocca un tema più profondo: chi ha diritto di accedere alla conoscenza scientifica?

La risposta, in una democrazia, non può che essere: tutti. Non solo i ricercatori delle università ricche che possono permettersi costosi abbonamenti. Non solo chi lavora nei paesi ad alto reddito. Non solo chi sa come usare Sci-Hub — il sito pirata che aggira i paywall e che, paradossalmente, è diventato lo strumento più usato per accedere alla letteratura scientifica in molti paesi in via di sviluppo.

La scienza è un bene comune. Finanziata con soldi pubblici, dovrebbe tornare al pubblico.

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