Sesso biologico, atlete e gene SRY: cosa dice la scienza e cosa dice il CIO
Un'analisi scientifica della controversia sul gene SRY e la partecipazione delle atlete con variazioni delle caratteristiche sessuali nelle competizioni olimpiche, distinguendo tra evidenze biologiche e scelte politiche del Comitato Olimpico Internazionale.
La controversia sulle atlete con variazioni delle caratteristiche sessuali nelle competizioni olimpiche mescola evidenze biologiche e scelte politiche del Comitato Olimpico Internazionale. Mauro Mandrioli analizza cosa dice realmente la scienza sul gene SRY e sui livelli di testosterone, separando i dati empirici dalle decisioni normative del CIO, che spesso anticipano o contraddicono il consenso scientifico.
La nuova politica del CIO per Los Angeles 2028
Il 26 marzo 2026 il Comitato Olimpico Internazionale ha pubblicato un documento che stabilisce i criteri di ammissibilità alla categoria femminile per le Olimpiadi di Los Angeles 2028. La definizione adottata è precisa: è considerata biologicamente femmina l’atleta che «ha vissuto uno sviluppo sessuale femminile basato su cromosomi XX, ovaie e ormoni estrogenici», indipendentemente dal sesso legale o dall’identità di genere.
Il criterio operativo centrale è la presenza o assenza del gene SRY, localizzato sul cromosoma Y e responsabile dell’avvio dello sviluppo sessuale maschile. Il CIO ha consultato esperti di scienze dello sport, endocrinologia, medicina transgender ed etica, concludendo che «il sesso biologico maschile conferisce vantaggi nelle prestazioni sportive basate su forza, potenza o resistenza». La scelta dello screening per SRY è motivata dalla sua stabilità: a differenza dei livelli di testosterone, variabili e modificabili, la presenza del gene è fissa.
Cosa dice la scienza sul gene SRY
Mauro Mandrioli chiarisce che il gene SRY — la cui funzione principale è avviare la cascata di segnali che porta allo sviluppo del testicolo nel feto — è sì un elemento chiave nella determinazione del sesso biologico, ma è lungi dall’essere l’unico fattore in gioco. La biologia del sesso è un processo complesso che coinvolge decine di geni e l’interazione tra fattori cromosomici, ormonali e molecolari. Ridurre l’appartenenza biologica a una categoria sessuale alla sola presenza o assenza di SRY è una semplificazione che la scienza non giustifica.
Un dato indicativo: Andrew Sinclair, lo scienziato che ha scoperto il gene SRY, ha preso le distanze dall’uso di questo gene come criterio di selezione sportiva. Una presa di posizione significativa, che il CIO non ha tenuto in adeguata considerazione.
Il problema delle DSD e delle atlete transgender
Le variazioni delle caratteristiche sessuali (DSD, Differences of Sex Development) colpiscono circa lo 0,05-0,13% della popolazione. Gli effetti delle DSD sulle prestazioni atletiche al massimo livello competitivo restano, secondo la letteratura disponibile, «parziali, ottenuti da coorti eterogene e non conclusivi». La mancanza di dati robusti è un punto critico che Mandrioli evidenzia con forza.
Per le atlete transgender, la situazione è analoga: non esistono prove solide che la soppressione del testosterone elimini completamente i vantaggi prestazionali associati allo sviluppo maschile. Ma l’assenza di prove non equivale a prova dell’assenza di effetti: la ricerca è semplicemente insufficiente per trarre conclusioni definitive.
Il documento del CIO prevede un’eccezione per le atlete con Sindrome da Insensibilità Completa agli Androgeni (CAIS): pur presentando il gene SRY, possono competere nella categoria femminile perché l’insensibilità agli androgeni compensa funzionalmente la presenza del gene. Questa eccezione, paradossalmente, dimostra che anche il CIO riconosce che SRY da solo non è un criterio sufficiente.
Le categorie escluse e le questioni aperte
Con la nuova politica, sono escluse dalla competizione femminile le atlete transgender dopo la transizione e le atlete con variazioni XY dello sviluppo sessuale che mantengono una sensibilità agli androgeni. La giustificazione del CIO è che queste condizioni conferiscono vantaggi prestazionali non compatibili con la parità di competizione.
Il problema, come sottolinea Mandrioli, è che questa conclusione viene presentata come se fosse supportata da evidenze scientifiche solide, mentre il documento stesso rivela il contrario: il ricorso ripetuto a qualificatori come «quasi sempre» e «la maggior parte» nei testi ufficiali indica che il CIO sta operando su basi scientifiche parziali.
Una scelta politica che anticipa la scienza
La lettura complessiva di Mandrioli è che il CIO abbia scelto la via «politicamente più semplice» — quella di un criterio binario, apparentemente oggettivo e facilmente applicabile — senza attendere che la ricerca scientifica fornisse risposte adeguate alla complessità del problema. Un’istituzione che si confronta con questioni così delicate avrebbe dovuto riconoscere apertamente di non essere ancora in grado di decidere e commissionare ricerche mirate prima di stabilire una politica.
La storia delle politiche sportive sul sesso biologico mostra un pattern ricorrente: le istituzioni costruiscono regole che riflettono assunzioni culturali e politiche, le presentano come scientificamente fondate, e poi si trovano a doverle rivedere man mano che la scienza avanza. La politica SRY del CIO rischia di ripetere questo ciclo, con conseguenze dirette sulla vita e sulla carriera di atlete che non hanno scelto le caratteristiche biologiche con cui sono nate.